Ci piacciono i giardini. E i semi che a quei giardini, se ci credi e ne hai cura, ti conducono.
Sono giardini di storie. Quelle che troviamo ogni venerdì pomeriggio, quando ci incontriamo per leggere, nei libri. Ma giardini di storie sono anche le nostre vite, i nostri singoli destini che ogni venerdì, alla stessa ora, noi affacciamo su un cerchio dove sta al centro, un tavolo dipinto alcuni anni fa da noi stessi. Su quel tavolo poggiamo i libri, le cioccolate in inverno, la coca cola d’estate anche a se a me non piace. Da quel cerchio, da quel confine tu puoi vedere il nostro giardino. E alzandoti dalla sedia, entrarci dentro. A turno innaffiamo le piante che ci crescono, sono alberi sempre più alti e ombrosi, e a turno facciamo gli umili lavori che servono al giardino e a noi stessi. Leggere ad alta voce è la linfa che scorre in questo giardino. Liberiamo dalle voliere, senza che quelli facciano più ritorno, storie autori personaggi luoghi che girano ormai insieme a noi in questa città in cui facciamo crescere, pianopiano, come è d’obbligo per l’albero, una fraternità cucita con libri d’avventura.


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sabato 20 dicembre 2008

leggiamo ad alta voce


Giampaolo Visetti
Mai una carezza

Baldini Castoldi Dalai

lettori IN CERCHIO

venerdì 19 dicembre 2008

a Valentina, Massimo, Luca per due, Mariella, Paola, Rosalba e Maurizio, Cesare e Andrea. E a Claudio. Ma anche ad Angela.


cento passi in più

Ancora una volta ieri siamo stati inghiottiti dentro una strana scala, in un dismetrico sistema di misura. Abbiamo visto i tre campi profughi del Darfur nel Sud del Sudan, tre milioni di persone, di cui il 70 % è composto di bambini, siamo entrati a poco a poco a comprendere il conflitto che lacera questa nazione grande come l'Europa in un'area grande quanto la Francia. Almeno dodici le tribù che si disputano quote di territorio. Un potere che significa anmministrare i flussi di soldi provenienti dalla vendita di petrolio a quella nazione/continente che è la Cina. Due gli articoli che abbiamo letto dal libro di Visetti, si riferivano a una analisi e un viaggio fatti dal giornalista fra settembre e ottobre del 2007. Siamo stati di qua del fiume, un nome complicato, che delimita la regione del Darfur. Le cifre ci vengono addosso, della morte del degrado dell'immenso abbandono, come uno tsunami, l'onda improvvisa che sommerge quello rimasto sì, i superstiti. I soccoritori. Noi. Ci commoviamo e avvertiamo un sentimento che somiglia al sollievo quando l'autore cita Emergency, l'ospedale costruito da Gino Strada a Khartoum. Come ti immagini tu un presidio contro la barbarie dentro il territorio della barbarie? Me lo chiedo e so che non lo posso pensare circondato da filo spinato circondato da uomini armati. Quelle persone non si possono proteggere hanno fatto una scelta a monte. Non la scrivo non la metto nero su bianco per rispetto a loro. Un rispetto che ci ha naturalmente mossi ad agire, prendere un salvadanaio, aprire un corridoio verso di loro, laggiù, nella metropli di stracci e cartoni lunga quaranta chilometri dove operano. Qui nessuno invecchia scrive Visetti. E invece, la storia di un accudimento a una donna morta a cento anni, abbiamo raccolto ieri sera dalla voce di Donatella Franchi. Questa donna si chiamava Clotilde, la mamma di Donatella. Per accudirla senza farsi inghiottire, dalla bulimia di affetto di attenzioni di preoccupazioni che una persona anziana spesso chiede e riversa senza misura più sul figlio, Donatella ha costruito un gioco. A Clotilde ha chiesto di trascrivere su dei fogli leggeri, leggeri come ombra di bambino che corre, le poesie amate di più. E così centinaia di foglietti si sono riempiti di una minuscola scrittura che pare un elettrocardiogramma: quello di una relazione primaria, quello fra madre e figlia. Viatico si chiama questo tempo condiviso di esperienza di emozione di gioco fra madre e figlia. Un tappeto di fogli sparsi di scrittura e una paio di scarpette, poggiate di lato. Quella la via che dobbiamo percorrere per tornare indietro o andare incontro, avanti, a noi stessi. E' un tapis roulant. Tu stai fermo e quelle parole, quel giacimento di immagini visioni potenti artigli sull'invisibile a partire da qui, ti fanno correre a perdifiato. Fino al 13 aprile del 1938, anno in cui a Clotilde, giovane e bellissima, fu scattata una foto mentre leggeva seduta di fianco a una finestra, foto che Donatella le ha rifatto in posa analoga, il 13 aprile del 2008. Stanno affacciate le due immagini, una contro l'altra, come in uno specchio del tempo. E in quell'intercapedine resti presa. Incantata dalle mani che dolcemente tengono il libro poggiato in grembo. Un abbandono, una resa, un piacere solitario che un pensiero creativo fa invece diventare momento di appartenenza condivisione storia comune. Futuro. Ecco come i cento anni di Clotilde sono diventati cento passi. Siamo cento passi più vicini alla vita e alle storie di questo mondo di quanto eravamo, tre settimane fa.
Cento passi più vicini a quella grotta laggiù laggiù laggiù, in Palestina.
Teresa per Valentina Rosalba Paola Mariella, Massimo Luca Cesare Maurizio e Claudio

venerdì 12 dicembre 2008

Valanghe: con una pallina di carta stagnola


La parola pace stringiamo fra le mani in questi giorni in cui cerchiamo un modo di pregare che ci faccia intendere del mondo qualcosa di più. Ieri, nel nostro piccolo cerchio di lettori si è seduta anche Etty. E quanto ci ha portato. Pensieri sulla morte che sta dentro la vita come la chiave di volta di un arco sta alla stabilità dell'arco; parole che si staccano dal campo di concentramento di Westerbork in Olanda, a poche decine di chilometri dal confine con la Germania: "lasciatemi essere il cuore pensante della baracca", lei appunta sul suo diario. Un campo di concentramento attraversato da una quantità di conflitti all'interno della comunità ebraica divisa fra ebrei tedeschi ed ebrei olandesi. Mai avevamo avuto occasione di riflettere su questi aspetti poco visibili della vita dentro il campo. E' stato il libro di Nadia Neri dedicato alla vita di Etty, Un'estrema compassione, pubblicato nel 1991 da Bruno Mondadori, che ce ne ha dato l'occasione. Nel campo il martedì, i tedeschi pubblicavano le liste delle persone in partenza nei convogli e da quel momento cominciava una intensa attività displomatica per rimandare la partenza, per veder sostituito il proprio nome con quello di un altro. L'istinto di sopravvivenza aveva trasformato una comunità nei primi carnefici degli altri. Etty non si presta per se stessa a questo gioco. Lei ritiene che la salvezza non si possa guadagnare in questo modo. La salvezza la trova invece in un appassionato atteggiamento di assunzione di responsabiità. Il male non lo cerca fuori di lei ma lo osserva senza sosta nel suo intimo e lì lo aspetta al varco. Siamo stati anche a Vorkuta, in Siberia, oltre il Circolo Polare Artico, una città mineraria che ospitò dal 1921 al 53 un gulag, un lager per i russi che osarono mostrarsi scettici e dissentire dalla società comunista: furono 30 milioni i morti, un genocio degli spiriti critici e liberali; un genocidio dell'arte e della cultura che tutta la società russa sta pagando in termini di conflitto sociale in questi anni dopo il crollo del muro di Berlino. Una società quella russa che sembra non avere in sè, poichè li ha sterminati, gli elementi critici culturali sociali scientifici per fronteggiare la rivoluzione negli stili di vita esportata dall'Occidente.
Le guerre attuali sono diverse da quelle del diciannovesimo secolo. Il Novecento ha dato inizio alla violenza che assume i caratteri di uno sterminio: l'annullamento radicale dell'altro. Le guerre adesso non mirano al dominio del forte sul debole, sul diverso per ceto per cultura per religione per sesso, ma al suo annientamento.
Un annientamento che assume varie forme. Vorkuta per esempio, città di spettri scrive Visetti, è abitata da 70.000 anime impoverite, gente che un esodo pilotato dal governo ha portato lì a vivere in condizioni estreme. Meno 40 gradi per oltre metà dell'anno, un solo volo aereo alla settimana e due corse di corriera la collegano al mondo. In realtà solo apparentemente questa gente è libera di andar via di lì. Hanno firmato un contratto che li costringe a oltre trent'anni di residenza, e di lavoro in miniera, prima di potersene andare. Siamo nella Russia del 2006, a quella data si riferisce l'inchiesta del giornalista. Spezziamo il pane della conoscenza fra noi. Siamo pochi intorno al nostro tavolo: basso, fucsia e arancio e verde scuro a motivi geometrici, dipinto in uno dei laboratori di riabilitazione del Centro Diurno dove ogni giovedì pomeriggio ci incontriamo a leggere. Spezziamo il pane di questo dolore che pare intridere tutto, e ogni cosa. Lo spirito dell'uomo trova però uno spazio dentro di sè per essere. Andrea fa palline con la carta stagnola dei gianduiotti che ci siamo portati per una immediata consolazione dai dolori del mondo. Ne raccolgo una prima di tornare a casa e la interrogo. Mi sembra l'inizio di una nuova storia. Una piccola palla che dalla sommità di una montagna di neve si appresta a diventare valanga. Solo che noi con una parola, e solo con quella, intendiamo dare inizio a una catastrofe. Pace è quella parola temeraria.

Teresa e Luca (due volte), Andrea, Valentina, Massimo, Rosalba Maurizio e....Etty

venerdì 5 dicembre 2008

voce del verbo pregare

ecco, abbiamo aperto la prima finestra sull'Avvento. Come quei calendari che si usano nei paesi del nord Europa e che dal primo dicembre cominciano a svelare ciò che si nasconde dietro 25 finestre che la mano va a svelare, giorno per giorno. Noi abbiamo tre sole finestre da aprire prima di Natale. Una l'abbiamo aperta ieri. Era una finestra strabica. Da dietro un'imposta si è vista Mosca, era ottobre del 2006 e noi abbiamo visto la bara, color rosso cuoio di Anna Politkovskaja, la giornalista uccisa a causa delle sue inchieste. Abbiamo visto la gente, tremila persone, sfilare davanti al suo corpo privato di qualcosa che ha terrorizzato i potenti della Russia: come si chiama quella cosa: istinto morale, coraggio, fedeltà a se stessa, al proprio paese, come si chiama? Si chiama ancora Anna. I particolari che lo scrittore ci ha fatto vedere, la giacca rosa per esempio che Anna indossa, pungono come la spina della rosa. Punge di più il mondo rimasto. La nipotina, o il nipotino ragione della disattenzione di Anna nel prendere le preacuzioni che si era abituata a prendere prima di scendere per strada per fare la spesa, avrà adesso un anno e mezzo. La stessa età di una bambina del Camerun, di cui sappiamo adesso, poichè lo abbiamo visto attraverso l'altro stipite della finestra aperta ieri, che avrà, arrivata all'età dello sviluppo una dura esistenza di donna: i suoi seni stirati con pietre roventi per imbruttirla, per renderla meno attraente agli sguardi degli uomini. Una pratica che investe il 50% delle donne. Leggere del Camerun, siamo stati a Yaoundè, ci ha stravolti. A Mosca la storia di una sola donna uccisa dal suo essere a servizio di un mestiere, a Yaoundè, dall'altra parte, milioni che patiscono qualcosa che per enormità e proporzioni è una condanna, una accusa a dio. Questa doppia scala numerica, nell'Occidente uno, in Africa, un milione, ci aspira dentro una cappa. Cosa possiamo fare noi, infliggerci da soli la consapevolezza e a che serve se il mondo non lo possiamo cambiare? Il verbo che usa Giampaolo Visetti nel sottotitolo del libro è un altro. E' dobbiamo. Storie del mondo che dobbiamo cambiare. Ci guardiamo intimoriti, schiacciati, bastonati, mentre a Valentina lancia, di là dove sta lei sta, una corda Etty Hillesum. Etty dice che non è il mondo che devi cambiare ma te stesso. Valentina ricorda la sensazione provata leggendo le pagine del Diario di Etty, mano mano che la Storia si stringe intorno a lei per annientarla, il libro si apre. Si apre l'orizzonte si apre la strada. Etty è l'unica voce che ci puntella e riporta senso in quello che stiamo facendo. Giovedì prossimo ci sarà anche il suo Diario. Anche Etty quando cominciò a scriverlo il 9 marzo del 1941 non sapeva come pregare.

Teresa per Rosalba, Massimo, Luca, Angela, Luca, Maurizio, Valentina, Cesare

giovedì 4 dicembre 2008

dio in minuscolo, come me

Dodici raccolti sono i frutti di un albero che ogni mese fruttifica. E' un albero che sta, immaginato dall'apostolo Giovanni, ricordo così, nell'Apocalisse, uno degli ultimi libri se non proprio l'ultimo del Nuovo Testamento. Le foglie di quest'albero, dice Giovanni, servono a guarire le nazioni. Pax Christi, una nota associazione di cattolici che promuove azioni a sostegno della pace nel mondo ha promosso attraverso un sito, http://www.dodiciraccolti.it/, una forma di preghiera itinerante dedicata alla pace nel mondo. Chiunque ha voglia di pregare, nei modi plurali con cui ognuno ha imparato a pregare, può partecipare a questa staffetta di preghiera. Oggi pomeriggio lo propongo agli amici di Germinazioni. Ne ho parlato due giorni fa con Valentina che si è già coinvolta in questo processo di pensiero e di azione. Aprire una finestra sul mondo ha già in sè una volontà di trasformazione. Pregare, anche se in una forma che poco somiglia alla preghiera, come leggere ad alta voce storie dal mondo che abbiamo dimenticato è, anche se non sembra, un atto rivoluzionario e un'azione. Fermarsi per raccogliere la propria attenzione su quanto ci accade intorno e che volutamente escludiamo dalla nostra consapevolezza deve avere un potere: altrimenti a cosa servirebbe rendersene conto? La preghiera, io lo penso proprio, è la chiave di accensione del quadro dentro l'abitacolo della macchina. Spero che ci saliremo da oggi pomeriggio per i prossimi giovedì prima di Natale. Chi ha voglia di fare questo viaggio nel mondo con noi, insieme al libro di Giampaolo Visetti, Mai una carezza, edito da Baldini Castoldi Dalai, può farsi trovare oggi pomeriggio, giovedì 4 dicembre alle 15 presso la nostra Biblioteca nel Centro Diurno del Cim in piazza Bottazzi a Lecce. Abbiamo anche un telefono: 0832 215295. Natale è l'attesa di una nascita. Un bambino in una stalla: un dio in una stalla. Cacca puzza alito di bestie su di lui. Una rivoluzione che ci aspetta da duemila anni. Solo dio ha tanta pazienza.
Teresa Ciulli

mercoledì 3 dicembre 2008

dodici raccolti

Pax Christi, una nota associazione di cattolici che promuove azioni a sostegno della pace nel mondo, ha promosso una forma di preghiera itinerante dedicata alla pace nel mondo.
Chiunque ha voglia di pregare, nei modi plurali con cui ognuno ha imparato a pregare, può partecipare a questa staffetta di preghiera.

Chi vuol fare questo viaggio nel mondo con noi, insieme al libro di Giampaolo Visetti, Mai una carezza, edito da Baldini Castoldi Dalai, può farsi trovare

- giovedì 4 dicembre
- giovedì 11 dicembre
- giovedì 18 dicembre

alle 15 presso la nostra Biblioteca nel Centro Diurno del Csm, in piazza Bottazzi a Lecce
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